top of page
  • LinkedIn
  • Youtube
Quattro chiacchiere con Daniele Achilli
​

Innanzitutto, grazie della tua disponibilità. Scrittore, fumettista, sceneggiatore: in cosa ti riconosci di più e che vestito hai sentito di indossare per questo progetto?

​

Allora, è chiaro che la parte più importante per me è il senso della storia, no? La scelta di fare una graphic novel è stata perché le parole sole non mi sembravano sufficienti per trasmettere le emozioni che dentro di me crescevano nel pensare alla storia di mio padre, ma anche un po’ alla storia mia e di tante altre persone, magari anche della mia età. Perché in fondo, è anche la trasformazione del mondo. Nel libro non ci sono soltanto cose strettamente legate alle partite di calcio, che ce ne sono tantissime, ma ci sono anche proprio delle immagini, dei passaggi storici, dei momenti della vita di mio padre che mi è stata raccontata, dei momenti della sua vita che mi sono stati raccontati in prima persona.

​

Quando hai capito che esisteva una storia da raccontare in questa storia? C’è stato un momento in cui hai detto: devo farlo assolutamente?​

​

Questa è una bella domanda. Ti racconto come è nato questo libro. Allora, avevo appena finito di pubblicare e di presentare il libro precedente, che era un libro d’arte, diciamo così — forse la parola è troppo grossa — comunque era un libro di ritratti di donne con più di 50 anni.  Una sorta di risposta ad uno scrittore francese che aveva pubblicato su Marie Claire, dove asseriva che le donne dopo i 50 anni sono inguardabili. Allora mi è nato dentro qualcosa per cui ho voluto dimostrare il contrario. Tra l’altro l’avevo pubblicato con una casa editrice d’arte, un libro un po’ particolare. (Il libro a cui fa riferimento Daniele Achilli è Più di 50)

Una sera la mia psicanalista mi dice: “L’hai visto l’ultimo film di Sorrentino?”. Ho detto: “No, non amo tutto di Sorrentino, molte cose non mi sono piaciute”. Dice: “No, ma lo guardi, È stata la mano di Dio. È molto interessante per la storia della famiglia, mentre noi psicanalisti spesso parliamo del ritratto di famiglia”. 

Allora torno a casa e, per combinazione, c’è mia figlia, che vive a Roma e che lavora nel cinema. Insieme c'era anche mia cognata che mi dice: “E adesso che hai finito il libro delle donne, che cosa fai?”. Io, per fare una battuta — avevo visto poi il film di Sorrentino — ho detto: “Ma quasi quasi faccio un libro sulla storia di mio padre, che chiamerò Ma sarà mica stato il piede di Dio?”. Ed era nata come battuta.

La cosa finisce li. A mia figlia, invece, la cosa era rimasta impressa. Poi mia figlia, appunto, ha questa casa di produzione cinematografica a Roma e probabilmente, tra copioni e tutto il resto, lei ha occhio per certe cose.​

Dopo Natale andiamo a Chiavari e mia figlia viene a trovarci — me lo ricordo benissimo — a Sestri Levante, alla Baia del Silenzio. Veniamo fuori dalla Baia del Silenzio, fuori c’è un carruggio e subito lì c’è una cartoleria. Mia figlia dice: “Vieni, andiamo”. Entriamo in cartoleria e vedo che compra un quaderno.

Torniamo a casa e mi dice: “Dai papà, comincia a raccontarmi un po’ la storia del nonno, che quando me l’hai detto l’altra volta mi ha emozionato la cosa e mi piacerebbe vedere come la racconti”. Allora comincio a dire due cose così.

Lei mi incalza per ispirarmi a continuare: “Guarda che ci terrei tanto che tu raccontassi una storia del nonno”.

Allora io le ho detto: “Guarda, una storia del nonno scritta non lo so, perché è complessa. Però disegnare un po’ so disegnare, non l'ho mai fatto ma vorrei provare a fare una graphic novel, vediamo che cosa succede”. Ecco, la cosa è nata così… e sono passati quattro anni, perché è stato questo il tempo che ci è voluto a finirlo.

​

C’è qualcuno, qualche scrittore o qualche artista, che ti ha ispirato per questo lavoro?

​

No. Perché in fondo è un po’ una graphic novel atipica. Sostanzialmente è un libro scritto, ma corredato da immagini, da disegni. La maggioranza dei disegni non sono nient’altro che immagini di giornali dell’epoca o fotografie di miei amici che poi ho riprodotto nel mio stile.

​

Quindi hai disegnato il mondo reale.

​

Il mondo reale, sì, sì. Non ci avevo pensato. Un bel modo di interpretare l'esercizio stilistico.​

​

Questo si collega alla domanda successiva: perché raccontiamo storie?

Quale pensi sia il ruolo, per noi esseri umani, di continuare a testimoniare il tempo, la storia, in un mondo che ormai è così moderno? Tu basta che cerchi una cosa e la trovi. Perché allora continuiamo a metterla su carta e a testimoniarla? Qual è il bisogno?​

​

La mia parte un po’ meno gioiosa mi fa dire che questo libro l’ho scritto adesso che ho 75 anni. Non so se sarei stato capace di scriverlo e di disegnarlo come l’ho fatto dieci anni fa o quindici anni fa. Tra l'altro all'epoca con il lavoro e tutto il resto non avrei nemmeno avuto il tempo di dedicarci impegno.​

Ma c’è un senso a tutto questo.

La storia nel libro incomincia nel 1935, io sono del ’52, quindi 17 anni prima della mia nascita.

E in tutti i primi 17 anni, che sono tanti, la protagonista è la guerra, la fuga di mio padre dall’Italia in Svizzera come rifugiato. Ed è proprio li che ha giocato a calcio. È andato là per fare l’internato e ha giocato a calcio. Questo chi comprerà il libro lo vedrà, perché è una bella storia.

E quindi traspare l'emozione di poter raccontare come è cambiato il mondo in quegli anni dei quali io non sono stato diretto testimone. Eppure rappresenta un momento nel quale il destino di mio padre è cambiato inesorabilmente. Ed è chiaro che il suo destino è correlato poi alla mia nascita.

 

Quando io ero ragazzo parlavo con mio padre, con mio nonno cosi come con tutti gli anziani. Questa era una eredità di storie.

In questo momento l'anziano sono io, anche se proprio non mi sento anzianissimo...però il mondo cambia, continua a modificarsi e quando tu ti guardi indietro ti rendi conto che tutto è diverso e merita di essere raccontato.

​

Puoi immaginarti come funziona oggi. Io scrivo in un momento in cui tu prima mi parlavi prima di intelligenza artificiale.

In un mondo in cui quasi siamo portati a non pensare, tanto lo fa una macchina.

Magari scrivi “come si mangiava a tavola” e lui te lo dice o addirittura ti fa vedere un’immagine.

Ecco, io tra l’altro non ho proprio voluto usare l'AI (non la so usare), neanche per ricostruire delle immagini.

Ho fatto delle ricerche pazzesche. Utilizzando il sistema analogico dell'indagine storica. Libri, ritagli di giornale, informazioni, testimonianze delle persone, racconti di figli o parenti. È stato un lavoro  di ricerca abbastanza impegnativo ma bellissimo.

​

Forse il bello è proprio questo.

​

Questo è bello, perché è come averlo rivissuto.

Poi il mondo del calcio ha avuto un’evoluzione talmente pazzesca e puoi immagine, se un ragazzino prende in mano questo libro scopre storie che non trova facilmente alla mercé di una tastiera.

Faccio un piccolo spoilerino, proprio piccolino piccolino.

Se tu oggi guardi qualsiasi televisione, la squadra arriva allo stadio con dei pullman che costeranno un milione, circondati dalla polizia. Mio papà, i primi anni che giocava nell’Inter — anni immediatamente dopo la guerra — dopo aver mangiato a casa dalla mamma prendeva il tram insieme ai tifosi e andava all’Arena (all'epoca era il luogo dove giocava l'Inter). La fotografia di una realtà a molti sconosciuta.

​

Qual è stata l'emozione più travolgente nel percorso di realizzazione del libro? 

​

Allora, io disegno a china. E per disegnare a china, di solito si disegna sui lucidi, perché viaggi a velocità diversa. Se la carta non è perfetta,  la china sbava e diventa un disastro. Io ho sempre disegnato a china, però con delle emozioni diverse.

Nel realizzare questo progetto mi sono capitati dei momenti di una forte intensità. Alcuni disegni che riproducevo partivano dal cuore. L’immagine partiva dal cuore. Tanto che la prima volta che mi è successo — e lo dico, tanto siamo tutti maggiorenni — ho voluto sfidarmi disegnando mio padre e mia madre mente mi concepivano. E mentre lo realizzavo pensavo “Uh, porca vacca! Questa si che è una sfida”.

Ed è stata un’emozione veramente pazzesca, tanto che nel momento mi sono dovuto interrompere perchè rotto dalle lacrime cadute sul lucido. Un incidente che ha naturalmente fatto rimare il foglio con delle onde, rendendo complicata la traccia del disegno. Operazione che quindi ho dovuto ripetere successivamente, mantenendo il lucido un po’ più lontano per non bagnarlo. 

​

Ora passiamo alla parte tecnica della realizzazione.Qual è il tuo parere su un servizio, forse magari per te un po’ nuovo, ma in realtà ancora giovane nel mercato, come quello del self-publishing? Ovvero, questo non è proprio self-publishing, perché tu ti sei potuto dedicare alla parte artistica e poi dei tecnici hanno pensato al prodotto. Quanto ne sapevi prima di questo tipo di servizio e come ti sei trovato?

​

Allora, non ne sapevo niente, perché è l’unica volta che io ho pubblicato, come detto, ho pubblicato con una casa editrice tradizionale, la quale ha preso tutto il mio materiale e lo ha impostato. L'esperienza in questo caso è stata diversa, più coinvolgente ma è stata molto positiva. Devo dire in primis grazie a Irene Maria Bonora, che non posso coinvolgere direttamente in questa intervista ma è stata veramente un angelo custode. Inizialmente ero ovviamente molto ​sulle spine.

Perché non capivo. Io facevo dei disegni e in un atto di fiducia estrema consegnavo a Irene i miei fogli i quali poi mi venivano restituiti praticamente editati e stampati in una forma tutta nuova ed editorialmente credibile.

​​

Consigliaci tre libri che secondo te sono da leggere assolutamente prima di morire.

​

Allora, io sono sempre stato un grande lettore. Mi viene difficile dire dei titoli, perché posso dirti degli autori che io amo in modo straordinario. Allora, mi viene da dire Murakami, uno di quelli che io amo in assoluto. Poi ecco, un titolo che invece mi viene: Furore di Steinbeck. Un libro che io mi sono portato dietro tutta la vita. Infine, amo tanto Simenon. Lo consiglierei in tutta la sua bibliografia. Ma ecco che mi viene altro ancora... per esempio c’è Bartlett, romanzi gialli, polizieschi, che però sono sostanzialmente delle serie. O Schiavone...

​

Entri in un bar, ti siedi al bancone. Vicino a te c’è un uomo che sta scrivendo o disegnando, assorto, su un foglio di carta. Dai una sbirciata e guardi. Cosa c’è su quel foglio?

​

Beh, proviamo a inventarlo. Sono al bancone e lui è vicino a me. Ha un foglio di carta che ha chiesto alla cameriera, perché aspettava una persona che non è arrivata e quindi gli lascia un messaggio. Forse il luogo di un appuntamento segreto...

​

Risposta suggestiva, si vede che ami le storie. Concludiamo questa nostra intervista con una ultima domanda. Se tu, Daniele, fossi una storia, che storia saresti?​

​

Se dovessi scrivere una storia, ispirandomi un po’ al mio carattere, a quello che poi ho fatto nella vita o ad alcuni aspetti della mia vita...forse mi disegnerei come un personaggio di quelli che ti stavo citando prima. Oppure una storia particolare, inedita anche nella forma. Magari un film dell'orrore con il lieto fine.

Foto profilo.jpeg

VUOI METTERTI IN CONTATTO CON NOI?

CHIEDI MAGGIORI INFORMAZIONI

Contatta The Monkey

A cosa sei interessato

The Monkey - The M rappresentano un concept brand ideato da SaidiSEO.com. 
Sede Legale e Amministrativa: Via Cenisio, 45 - 20154 Milano

Sede Ufficio HUB Impact: Via Aosta,4A, 20154 Milano MI - P.IVA 09215030967


e-mail per informazioni:

Redazione The Monkey - themonkey@saidiseo.it

Redazione In2Parole - cristian.tava@in2parole.it

Redazione The M - themonkey@saidiseo.it

​

In quanto servizio legato a prestazioni digitali e creazione di prodotti per la divulgazione comunicativa e promozionale sul web, la partita Iva titolare di SaidiSEO dichiara che nessuna attività svolta, quotata e promossa dai concept brand The Monkey - The M è riconducibile ad attività di editoria, distribuzione o produzione vincolate da diritti di autore.

bottom of page